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Il Frantoio del Vicerè

 

 

Camminando per le strette vie dell’Isola, nemmeno la più fantasiosa mente potrebbe mai immaginare il sotterraneo mondo che si ramifica  sotto i suoi piedi. Mondo del quale, perfino qualche suo abitante, ne ignora la bellezza.

Bellezza che gli stessi occhi che la videro per lunghi lustri, nel corso dei secoli scorsi, non colsero, forse annebbiati dall’amara normalità del vivere quel luogo o dalle faticose condizioni di lavoro cui erano sottoposti.

Ora questo antico “Laboratorio dell’Oro Verde” rivive nuovamente come luogo della memoria, per cercare di comprenderne, non solo la maestosa bellezza, ma anche quanto dura fosse la vita e faticose le condizioni lavorative, e soprattutto,  nei limiti del comprensibile, della fortuna che ha colui che visita questo posto, chiunque esso sia, ad entrarvi solo come visitatore.

 

 

Il frantoio ipogeo

I frantoi ipogei (ipo=sotto e geo=terra) nascono circa nel XIII secolo su tutto il territorio salentino continuando a svilupparsi fino al XIX secolo.

La scelta di creare i frantoi ipogei era dovuta al fatto che sotto terra vi erano le condizioni ideali per la conservazione delle olive e la successiva estrazione dell’olio, che era facilitata sia dalla temperatura costante che dal grado di umidità (l’olio solidificava a 6°).

I frantoi erano scavati in banchi rocciosi di tipo tufaceo e qui si produceva olio lampante.

I lavoratori nei frantoi di solito erano quattro chiamati TRAPPITARI più il capodetto NACHIRO.

Il periodo di lavorazione durava da ottobre a marzo con cicli lavorativi di 24 ore, sette giorni su sette.

Le olive venivano portate nei frantoi e depositate nelle SCIAGHE, sorta di camini scavati nella pietra.

Le fasi di lavorazione erano:

 MACINATURA : avveniva alla macina, grossa ruota in pietra azionata da un mulo o un cavallo che girava lungo la vasca di frantumazione per quattro ore.

SPREMITURA: dalla macinatura  si ricavava la “pasta mamma”, una pasta di olive che veniva equamente distribuita su speciali piattelli intrecciati in giunco o in fibra di cocco detti “fisculi” che fungevano da filtro. Questi venivano impilati uno sopra l’altro e posizionati sul “torchio mamma. Il torchio aveva due lunghi “vitoni” fissi, ancorati sotto roccia su speciali blocchi  in pietra. La pressione occorrente per la spremitura veniva sviluppata mediante l’avvitamento contemporaneo e robusto delle due “madreviti” sul grande “travone” in legno, sotto cui era collocata la catasta di fisculi.

SECONDA MACINATURA: dopo la prima spremitura dalla quale  si ricavava il primo olio che andava nei pozzi antestanti il torchio chiamati “pozzi dell’angelo”, la pasta madre rimasta nei fisculi veniva messa nel “nozzaio”, posizionato alle spalle del torchio. Successivamente questa pasta veniva divisa in due parti e rimacinata per altre quattro ore.

SECONDA SPREMITURA:  dopo la seconda macinatura, la pasta figlia veniva divisa tra i due torchi figli per essere rispremuta per altre dodici ore.

Una volta finito il ciclo di  lavorazione l’olio veniva spedito per essere commercializzato  con l’estero e la spedizione avveniva via mare con imbarco dal porto.