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Il Frantoio del Vicerè

 

 

Camminando per le strette vie dell’Isola, nemmeno la più fantasiosa mente potrebbe mai immaginare il sotterraneo mondo che si ramifica  sotto i suoi piedi. Mondo del quale, perfino qualche suo abitante, ne ignora la bellezza.

Bellezza che gli stessi occhi che la videro per lunghi lustri, nel corso dei secoli scorsi, non colsero, forse annebbiati dall’amara normalità del vivere quel luogo o dalle faticose condizioni di lavoro cui erano sottoposti.

Ora questo antico “Laboratorio dell’Oro Verde” rivive nuovamente come luogo della memoria, per cercare di comprenderne, non solo la maestosa bellezza, ma anche quanto dura fosse la vita e faticose le condizioni lavorative, e soprattutto,  nei limiti del comprensibile, della fortuna che ha colui che visita questo posto, chiunque esso sia, ad entrarvi solo come visitatore.

 

 

Dove siamo

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Informazioni Turistiche

Il nome della città di Gallipoli deriva da Kale polis, un nome imposto dai colonizzatori ellenici provenienti dalla Grecia, il cui significato è città bella.

Durante il 265 Avanti Cristo, Gallipoli fu conquistata dai Romani, che in quel tempo erano una delle maggiori potenze in Italia. Questi migliorarono i sistemi di comunicazione della città, collegando Gallipoli alla Via Traiana, questo consentiva un rapido passaggio verso i Balcani, ed inoltre, ampliarono e svilupparono le attività portuali, trasformando così la città di Gallipoli in un centro militare, e in seguito in municipio.

Successivamente, venne occupata dai Barbari, nel 450 che saccheggiarono la città, e segnarono uno dei momenti più terribili e crudeli nella storia di Gallipoli. Durante il 500, Gallipoli, insieme alla maggior parte del Salento, furono dominati per 42 anni dai Bizantini.

Più tardi, nel 542 Dopo Cristo, Gallipoli, venne ricostruita da cima a fondo, dall’ Impero Romano di Onesti, che la potenziò di apparati difensivi, come la costruzione del castello in difesa del centro storico di Gallipoli. Gallipoli, divenne uno dei centri navali e militari più importanti dello Ionio. In questo periodo inoltre, Gallipoli, imparò come in tutto il Salento, la religione Greco- Ortodossa, le tradizioni e la lingua dei Bizantini. Nel 710, Gallipoli fu visitata da Papa Costantino, che passò di lì, durante il viaggio che stava compiendo da Roma a Costantinopoli.

Durante il XI secolo, Gallipoli e il Salento, vennero occupati dai Normanni che liberarono la città dai Greci, e successivamente, dopo un periodo di tranquillità, la città, subisce un ferocissimo assedio dal re Carlo I D’ Angiò , che durò fino al 1268. Successivamente, trovò la forza di espandersi, grazie al continuo aumento delle attività portuali.

Dopo varie dominazioni di breve periodo, Gallipoli passò sotto il dominio Spagnolo. Durante questo periodo, ebbe un’ incremento di attività artigiane, i traffici mercantili diventavano sempre più importanti, come il commercio dell’ olio per le lampade, insomma la città diventò sempre più ricca e importante.

Successivamente, Gallipoli entrò a far parte del Regno di Napoli, e Ferdinando I di Borbone, iniziò una serie di migliorie per la città, la più importante è quelle della costruzione del porto.

Durante il successivo periodo Borbonico, divenne capoluogo di distretto, e in seguito con l’ Unità d’ Italia, si trasformò in capoluogo di circondario, assieme alle città di Lecce e Taranto.

Gallipoli oggi, si è trasformata in una delle città turistiche più importanti del Salento e sicuramente anche d’ Italia, ha imparato e si sta perfezionando, dando sempre più importanza al turismo, senza tralasciare la storia e le tradizioni del popolo gallipolino.

Condizioni lavorative

Il raccolto per i contadini iniziava già con i primi disagi, con le poche ore a disposizione per lavorare protraevano il raccolto a lungo, oltre il periodo invernale, raccolto spesso decimato da insetti, gelo, vento ed altre intemperie. Solitamente gli agricoltori dovevano porre il raccolto presso i depositi feudali (camini) avendo i baroni il diritto di esclusività con uno contemporaneo divieto di ogni iniziativa privata. I macchinari, spesso inadeguati al fabbisogno, facevano protrarre la molitura; si racimolavano perciò grandi mucchi di olive che finivano per putrefarsi con buona parte dell’olio non più commestibile, quindi venduto a prezzi estremamente bassi e usato per saponeria. Le condizioni lavorative nei frantoi erano precarie e non certamente delle più igieniche, tra i più svariati odori di animali, lumi, lavorazione dell’olio stessa. Il lavoro durissimo proseguiva per tutta la giornata, in condizioni spesso disumane e insostenibili, 24 ore su 24, con turni di riposo all’interno dello stesso frantoio in modo da essere sempre disponibili, con le continue pretese dei “padroni” che esigevano sempre il massimo, non curandosi della salute dei sottoposti. Codeste condizioni perdurarono non solo nel 1700, ma anche nel secolo successivo. Gli “operatori del settore” erano i trappitari, il nachiro (capo deitrappitari)  e l’asino (lu ciucciu) oppure il mulo.

Orari e Visite

Orari

Tutti i giorni dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 15:30 alle ore 20:30

Tariffe d’ingresso

  • Intero: € 1.50

Visite guidate
  • Gruppi max 25 persone
    visita guidata di h1:30 € 75 + € 6,50 per gruppo (in lingua straniera € 95 + € 6,50); prenotazione obbligatoria, anche per le guide turistiche che accompagnano gruppi
  • Capolavori del Museo max 25 persone
    Visita guidata di 60 minuti € 65 (visita veloce su una selezione di reperti); prenotazione obbligatoria
  • Singoli
    visita guidata tutti i giorni dal martedì al sabato ore 11:30 e 17:30; domenica ore 11, 12, 15 e 16; € 4 a persona (ingresso escluso); prenotazione obbligatoria
  • Scuole
    Visita guidata di h 1:15; prezzo a studente € 4; in lingua straniera € 5; ingresso gratuito.

Prenotazioni e informazioni

La prenotazione è obbligatoria per gruppi e scuole.
Per prenotazioni e informazioni puoi telefonare al numero 011/440 6903 (da lunedì a venerdì 9.00-13.00/14.30-17.00; sabato 9.00-13.00); in alternativa puoi compilare il form di prenotazione presente su questo sito cliccando qui.

 

Perchè ipogei?

Erano ipogei perché il ciclo di lavorazione delle olive necessita di un ambiente caldo (l’olio solidifica infatti a 6°), con temperatura costante (tra i 18°-20°), per favorire il deflusso dell’olio quando le olive erano sottoposte alla torchiatura; il calore certamente non mancava all’interno di questi locali sotterranei, perché generato e da lumi che ardevano giorno e notte, dalla fermentazione delle olive e dal calore prodotto dai uomini ed operai. C’era anche una questione economica, il frantoio ipogeo necessitava infatti di manodopera non specializzata, non era richiesta un’opera edilizia, non necessitava di spese e trasporto di materiali. Anche lo smaltimento dei residui della lavorazione olivicola erano facilmente smaltiti, attraverso le fenditure naturali delle rocce. I frantoi ipogei sono stati dimessi a partire dal XIX secolo, per una serie di motivi, gradualmente sostituiti da quelli semi-ipogei (realizzati tra il 1800 e il  1900, ambienti coperti da conci di tufo che poggia direttamente sulla roccia o su muratura),  prima e da quelli elevati poi (dall’inizio del1900 in poi; le strutture erano costruite sopra il piano di campagna.). Ogni frantoio è comunque reso unico, nonostante l’abbandono, l’usura temporale, dalle arti decorative, dalle diversità delle strutture dal punto di vista strettamente architettonico, dovute probabilmente dalla costituzione del sottosuolo, dagli enormi macchinari che erano usati allora. Ogni cosa come appoggi, comodità, ecc. era ricavata dalla pietra, simbolo dell’ottimo adattamento nonostante i mezzi di allora dei nostri contadini.